Allacciate le cinture

 

Elena e Antonio. Lei  raffinata, evoluta, di buona famiglia. Lui incolto, omofobo, razzista. Si incontrano e si amano contro ogni ragionevole previsione, anche se lui è l’uomo della sua migliore amica e lei è fidanzata con un ragazzo della buona borghesia leccese.

Li ritroviamo tredici anni dopo, sposati e con figli. Lui stempiato e ingrassato, lei diventata, insieme al suo migliore amico, proprietaria di un locale di successo. La passione giovanile che  un tempo li ha travolti si è trasformata in un matrimonio bisbetico e litigioso. Le differenze non si sono smussate, ma sembrano dividerli ogni giorno di più, tra l’insofferenza di lei e i tradimenti di lui. Un giorno lei si scopre gravemente malata ed è costretta ad affrontare un difficile percorso di cura dall’esito incerto. Lui scappa, poi torna e dimostra di essere molto più di quel che pensavamo. E  scopriamo che al di là delle apparenze tra i due l’amore è grande, talmente tanto da affrontare le prove più difficili, andare oltre la disperazione, le lacrime, la decadenza del corpo, l’angoscia del futuro. Intorno a loro amicizie e altri amori, famiglie allargate, il tripudio barocco di Lecce, la bellezza aspra e smagliante del Salento. “Allacciate le cinture”, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek racconta come sempre una storia comune e al tempo stesso straordinaria, tracciando un’ideale parabola di vita, passando dall’allegria e dallo stupore della giovinezza alle difficili prove dell’età adulta, non risparmiando al pubblico i dettagli più crudeli della malattia, della perdita, del mondo che crolla all’improvviso davanti ad un referto medico inatteso. La malattia di Elena, gli  ospedali, gli effetti collaterali della chemioterapia sono un tunnel di angoscia in cui Ozpetek si perde e ci fa perdere. Fin troppo. Al tempo stesso manca purtroppo ciò che ha sempre reso magico il suo cinema, ovvero la capacità di raccontare rapporti familiari e amicali, tessere trame complesse nel tempo, disseminare la narrazione di dettagli e allusioni incomprensibili, ma che poi alla fine acquistano senso, raccontare il passato che si lega al presente, i morti e i vivi che si toccano, si parlano, in un ideale cerchio d’Amore. Qui i pochi tentativi restano in superficie, quasi irrisolti. Eppure gli spunti su cui lavorare sarebbero stati molti e belli: il fratello perduto di Elena, il rapporto con quello che poi diventerà il migliore amico della sorella, l’affetto tra la mamma e zia Viviana/Dora. Il racconto si perde, fatica a trovare fluidità, i personaggi sbiadiscono. Kasia Smutniak e Francesco Arca sono però assolutamente credibili nei panni dei protagonisti. Tra gli altri interpreti una menzione speciale va a Filippo Scicchitano, presenza incantevole nei panni di Fabio, migliore amico e socio in affari di lei e a Paola Minaccioni che interpreta Egle compagna di stanza d’ospedale di Elena, quasi un folletto tragico che non possiamo non amare. Assolutamente appropriati tutti gli altri: Francesco Scianna, Carolina Crescentini, Elena Sofia Ricci, Carla Signori, Luisa Ranieri, Giulia Michelini.

 

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